Punire i giovani

Copio qui due testimonianze dalla giornata di studi “Punire i giovani”, riprodotte sul numero di Ristretti orizzonti del giugno scorso: sono fra quelle che mi hanno colpito di più, ma consiglio di leggere l’intero fascicolo, attentamente e con calma, soprattutto in questi giorni dove le opinioni attorno alla violenza giovanile fioccano a destra e sinistra: esercizi di sociologia spicciola, narcisismo malcelato, giaculatorie sul nichilismo, buonismo di comodo, inni al prossimo soggetto rivoluzionario: di tutto, insomma; ma sempre appropriandosi indebitamente di esperienze sconosciute, di vite adolescenti che sono già tornate nell’oscurità e non hanno — loro — vero accesso alla narrazione, in quanto oggetti di racconti o ideologie, usati e poi buttati senza grande pudore.

Questo è uno stralcio dell’intervento di Raoul Singh, un detenuto ventiquattrenne:

Poi arrivò il giorno in cui è cambiato tutto. Avevo 18 anni e 3 mesi quando mio padre per l’ennesima volta prese un coltello per farci del male. Le numerose denunce, le segnalazioni, gli interventi delle forze dell’ordine non avevano mai fermato nulla. Quella sera, dopo tutte le minacce verbali, le azioni violente anche nei miei confronti, io istintivamente reagii. Fu un gesto istintivo di sopravvivenza. Riuscii a disarmarlo, ma finì male. Non volevo certo che finisse così. Volevo solo salvarci da un dramma che ci metteva quotidianamente in pericolo, soprattutto mia mamma e mia sorella. In quel momento disperato a me è parso legittimo difendere la nostra vita, ma questo purtroppo ha provocato la morte di mio padre.
Dai giudici forse mi aspettavo che capissero la gravità di quello che avevo dovuto subire, ma chi è lontano da quella realtà in cui siamo stati costretti a vivere io, mia madre e mia sorella, è difficile che possa comprenderla. Il fatto è che lo Stato e chi ha il compito di proteggere, non sempre riesce a farlo. Lo Stato che non è riuscito a proteggerci per anni, ha inflitto a me una condanna all’ergastolo in primo grado, senza considerare il contesto, senza considerare le violenze e senza considerare la disperazione della mia vita. Sono sicuro che questa tragedia si sarebbe potuta evitare se ci fosse stato un aiuto da parte della società.
Mio padre doveva essere allontanato e affidato ai servizi sociosanitari per le cure necessarie. Ciò non è avvenuto e così purtroppo si è consumato il peggio.

Questo brano invece è tratto dall’intervento di don Claudio Burgio, cappellano del carcere Beccaria a Milano:

Ho chiesto ai miei ragazzi “Ma perché commetti un reato?” E le risposte sono state in ordine: primo, per la rabbia, secondo per la solitudine, terzo per la mancanza, quarto, per aiutare i miei genitori. Solo al quinto posto per i soldi. Questo già ci dice una cosa importante, ovvero che noi abbiamo a che fare con ragazzi sofferenti che fanno soffrire, ma pur sempre ragazzi. Quindi che hanno bisogno di incontrare adulti un po’ risolti, non impauriti. Una mamma tempo fa mi scriveva in chat e mi diceva “Io sono preoccupata per mio figlio, so già che farà una brutta fine, so già che non ce la farà”. Dopo un po’ le chiedo “Ma quanti anni ha tuo figlio?”, “Quattro”. Ecco, questa è la situazione.
Quindi il problema è che lo sguardo per affrontare questo tipo di ragazzi è uno sguardo che deve partire dall’adulto, uno sguardo di adulti che non si lascino in qualche modo irretire da una cultura della paura, dell’ansia, perché l’ansia genera consenso, ma genera anche situazioni nefaste nell’educazione. E allora questi ragazzi ti dicono la paura di non esistere, di non essere visti, la paura di non poter far nulla. Ecco perché la violenza a volte prevale, come abbiamo ascoltato da Raoul. Quando non c’è la parola, quando non c’è una parola affidabile, quando non c’è una parola credibile, ecco allora che quando i ragazzi vengono lasciati soli, questa violenza prende il sopravvento.

Al di là di qualunque considerazione, ecco uno spunto interessante: se gli adulti per primi abdicano alla ragione, alla responsabilità e all’intelligenza del cuore, come possono pretendere le stesse virtù dai ragazzi?

(21/10/26)

Oltre Khashkusha


Un bellissimo lavoro collettivo: ventiquattro adolescenti di tredici diversi paesi e quattro maestri della Scuola Frisoun. Qui alcune informazioni e un’intervista alla “guida”, l’artista Ahmed Ben Nessib.

(08/10/26)

Anna Politkovskaja, vent’anni dopo

Dopo l’omicidio, sul muro del condominio di via Lesnaya fu apposta una targa commemorativa. All’inizio di quest’anno, però, la targa è stata divelta. Alcuni attivisti l’hanno rimessa, ed è stata staccata di nuovo. Poi di nuovo e di nuovo. In tutto, la targa di commemorazione di Politkovskaja è stata staccata e rimessa almeno trenta volte.

Dall’articolo del Post, che prosegue:

In occasione del ventesimo anniversario dell’uccisione alcune persone hanno provato a organizzare una piccolissima commemorazione non autorizzata in via Lesnaya, a cui ha partecipato anche Nikolay Rybakov, il leader del partito liberale Yabloko bandito alle ultime elezioni. Alla manifestazione ha partecipato una manciata di persone, che ha lasciato qualche fiore sotto la targa.

Sul posto erano presenti alcuni poliziotti, venuti lì apposta: hanno fermato alcune persone e fatto capire a tutti che bisognava disperdersi molto rapidamente.

Per quel che vale e conta (nulla): profondo rispetto, profonda solidarietà per chi ogni volta ha rimesso testardamente la targa di Politkovskaja; e per chi ha partecipato alla manifestazione, lasciato un fiore.

(Vedi anche l’intervista di Giulia de Florio al figlio della giornalista, Ilya Politkovskij; l’onesto ricordo con autocritica di Paolo Bergamaschi; l’articolo di Simone Matteis).

(07/10/26)

Cette fois

À la notion que l’exigence de décolonisation elle-même est encore le fait d’une Europe ventriloque et qui dicte même le discours qui la confronte, on opposera simplement l’irréductibilité du pluriel des voix qui doivent être présentes pour universaliser. Faisant écho aux propos d’Alioune Diop, Léopold Sédar Senghor a appelé à «l’élaboration d’un nouvel humanisme qui comprendra, cette fois, la totalité des hommes sur la totalité de notre planète Terre».
Tout est dans ces deux mots: «cette fois».

Souleymane Bachir Diagne, Universaliser.

(05/10/26)