La gente comune

Avevo capito subito che, come sempre, le conseguenze sarebbero cadute sulle spalle della gente comune, di chi non aveva privilegi. Soprattutto le persone più povere che vivono in campagna o nei paesi: contadini, autisti di autobus, operai, guardie private, gente così. L’Ucraina profonda di cui ho sempre scritto. Rispetto a loro, la gente come me o come il figlio del contadino richiamato ha la fortuna di poter sparire, di poter “aspettare il proprio turno” a oltranza. A noi non ci trovano, a meno che non ci arruoliamo da volontari. Possiamo benissimo restarcene a “combattere sul fronte delle notizie”, “sul fronte dell’economia”, in tutti quei settori dove “c’è più bisogno di noi” e dove il nostro lavoro “ha più valore” (le solite frasi standard). Sì, avrei potuto benissimo continuare a scrivere, soprattutto post e articoli, come facevo prima dell’invasione delle Tenebre.
Ma la vita, come al solito, ce la rimette la gente comune.

Artem Chapeye, La gente normale non va in giro armata.

(10/09/26)

C’è qualcuno disposto ad ascoltare?

Fare i conti con il passato non significa tornare alla guerra. È un modo per porvi fine definitivamente. Ammettere un crimine non significa tradire il proprio popolo. Significa rifiutare di lasciare in eredità ai nostri figli il crimine e di considerare l’odio come un obbligo.

Ratko Mladić è morto in carcere. La sentenza rimane. Le vittime, le loro famiglie e le tombe rimangono. Ma restiamo anche noi, i vivi. C’è qualcun altro pronto a dire che il crimine è crimine? C’è qualcuno disposto a parlarne sui media?

C’è qualcuno disposto ad ascoltare?

Credo di sì. Perché affrontare il passato non significa rimanervi intrappolati. È l’unico modo per uscirne definitivamente e scegliere la vita.

Così scriveva una decina di giorni fa Aleksandar Trifunović; l’intero articolo è qui. Mai avrei pensato di assistere a scene del genere, trentun anni dopo Srebrenica, eppure a questo siamo.

(07/09/26)

Una candela

Una candela si stava consumando sul quadrato di marmo rosso del pavimento della chiesa e i suoi ultimi bagliori si spegnevano in ampi cerchi di luce e buio nella profondità dello spazio, come i bagliori di una fiaccola spenta, mescolandosi con i riflessi d’oro sui pulpiti e con l’eco dei sandali dei monaci sul marmo del tempio vuoto in una armonia sepolcrale intima e straordinaria. Filip ebbe la sensazione di essere entrato nello spazio verde chiaro di un quadro a olio ancora fresco, e in quella chiesa vuota sentì il bisogno di sollevare entrambe le braccia per l’eccitazione, esaltato e inquieto per la ricchezza della nuova tavolozza che si era spalancata davanti a lui come un prezioso cofanetto ferrato.

Miroslav Krleža, Il ritorno di Filip Latinovicz.

(03/09/26)